Dite quello che volete su The Stand: l’episodio pilota fa la sua figura. Nell’anno del covid, una storia che inizia con una super influenza che uccide il 99% della popolazione mondiale può respingere o intrigare, ma di certo non lasciare indifferenti. Il problema è che la miniserie in 9 episodi tratta dal romanzo “L’ombra dello scorpione” di Stephen King, che ha scritto anche un nuovo finale appositamente per la serie, soffre della sindrome “inizio esplosivo – conclusione assurda” che affligge buona parte dell’opera del maestro dell’horror.

La serie si svolge in un’America post-apocalittica. Un virus letale, creato in laboratorio dal governo, ha lasciato poche centinaia di superstiti a vagare in cerca di una guida: alcuni si affidano alle visioni di Madre Abagail (Whoopi Goldberg), una centenaria che appare nei loro sogni e sostiene di parlare con Dio; altri si mettono al servizio di Randall Flagg (l’Alexander Skarsgard di True Blood), un’entità oscura e affascinante, che promette la soddisfazione delle loro peggiori pulsioni.

Lo scontro tra i due gruppi è inevitabile. La comunità riunita da Madre Abagail è guidata da una cinquina “prescelti”: James Marsden (X-Men, Westworld) nel ruolo di Stu Redman, un texano valoroso e tutto d’un pezzo; lo scettico professor Glen (Greg Kinnear); il musicista Larry, interpretato da Jovan Adepo (Watchmen, Sorry for your Loss); Nick, il viaggiatore sordomuto (Henry Zaga); e infine Frannie, una studentessa universitaria incinta interpretata da Odessa Young. Nel tentativo di ricostruire una società civile, i cinque leader improvvisati dovranno temere non solo gli attacchi esterni di Flagg e dei suoi accoliti, ma anche il tradimento. Tra le loro fila infatti ci sono anche Harold (Owen Teague), un giovane scrittore ossessionato da Frannie che, in seguito alla relazione della ragazza con Stu, inizia a dare segni di sociopatia; e Nadine, una maestra perseguitata da traumi passati e dilemmi morali, interpretata da Amber Heard (Aquaman).

Prodotta da Owen King, figlio di Stephen, e distribuita da Starz Play, The Stand ha una morale semplicistica, dei personaggi senza sfumature e una conclusione su cui è meglio non ragionare troppo per non rischiare un’emicrania…ma ha anche dei difetti. È un nuovo mondo in cui buoni e cattivi, salvo poche eccezioni, sono facili da distinguere in categorie nette e ordinate, e in cui nessuno mette più in discussione il sovrannaturale. Il pregio maggiore di The Stand è la rinuncia a qualsiasi pretesa di rilevanza: non cerca di dirci qualcosa sull’attualità, è come una favola, una storia dal formato stranamente vintage e proprio per questo rassicurante. Purtroppo gli mancano il ritmo e l’azione per essere puro intrattenimento spegni-cervello. Ma forse, in quest’epoca di binge watching generalizzato, in tv c’è posto anche per una fiaba che è 20% horror e 80% buoni sentimenti.

Menzione speciale per alcuni personaggi marginali interpretati da attori di un certo calibro: il generale Starkey di J. K. Simmons, Heather Graham nei panni della ricca newyorkese Rita, e soprattutto un delirante Ezra Miller a interpretare il piromane folle conosciuto come Trash-Can Man. Anche loro, come le ambiziose premesse di The Stand, compaiono in scena per pochi minuti e poi se ne vanno, lasciando il posto a eroi più modesti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...