ATTENZIONE: SPOILER!

Dal suo arrivo sulla piattaforma streaming Disney+ il 15 Gennaio, WandaVision ha sorpreso tutti con un format nuovissimo che è stato salutato come la nuova era degli adattamenti live action tratti da classici fumetti Marvel. Anziché con scene d’azione adrenaliniche e spettacolari effetti speciali, la serie ha preso il via con alcune puntate che omaggiavano le sit-com in bianco e nero degli anni ’50 e ’60, ricreandone le atmosfere e lo stile con profondo affetto e una straordinaria cura per il dettaglio.

A ogni puntata il citazionismo si spingeva avanti di un decennio, esplorando i trend televisivi fino ai primi anni 2000. Ed è stato un meraviglioso esercizio di stile, con abbastanza note stonate e indizi inquietanti seminati qua e là da tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore. Come crepe nella fantasia suburbana in cui incongruamente si ritrovano a vivere i due supereroi Wanda Maximoff e Visione, gli elementi di disturbo provenienti dalla realtà esterna filtrano nel racconto ricordandoci che c’è un mondo molto più vasto e pericoloso ad attenderli appena fuori dal loro idillio familiare.

Al tempo stesso, la caccia all’indizio a cui abbiamo partecipato tutti ci ha messo davanti una domanda cruciale: per quanto tempo può reggere una serie costruita in questo modo? La risposta è… pochissimo. Con buona pace di chi sarebbe andato avanti per sempre a guardare Elizabeth Olsen e Paul Bettany impegnati a ricreare Vita Da Strega. Già la quarta puntata ci trascina di peso nel MCU e nelle pesantissime conseguenze di Avengers: Endgame. Dopo ci si rituffa nella sit-com, attraversando lo stile degli anni ’80, ’90 e primi 2000. Ma solo fino alla penultima puntata.

Il nono episodio, l’attesissimo finale di stagione, è un prodotto Marvel in piena regola: le carte sono tutte (o quasi) scoperte, gli antagonisti si sono fatti avanti e non possono mancare epiche battaglie a colpi di CGI. C’è persino, nella migliore tradizione dei cinecomics, una scena nascosta nei titoli di coda.

Ed è giusto così. WandaVision è una serie Marvel, non Black Mirror. La sua natura di spinoff fa sì che prima o poi si ricolleghi all’universo condiviso di storie che si intrecciano, un universo ispirato a fumetti di supereroi e costruito a suon di blockbuster. Che in questo universo spettacolare e raramente autoriale abbia trovato posto un gioiellino come WandaVision, che si prende la libertà di esplorare l’elaborazione del lutto e la psiche di un personaggio quasi onnipotente quale lo è la Scarlet Witch dei fumetti, è di per sé una vittoria. Qualcosa di cui godere e che ci fa ben sperare in un ulteriore sviluppo del vastissimo universo Marvel: verso nuove strade, nuovi stili, nuove forme di racconto.

WandaVision ci lascia con grandi speranze per le prossime serie targate Disney/Marvel in arrivo nei prossimi mesi, forse anche per il tanto sospirato ritorno alla casa madre dei Fantastici Quattro, ma soprattutto per il ritorno di Wanda Maximoff, sia nel prossimo film di Doctor Strange che, perché no, in una seconda stagione. Ancora non è stata confermata, e certo i suoi creatori dovrebbero fare i salti mortali per superare la prima. Ma se Scarlet Witch ci ha insegnato qualcosa, è che tutto è possibile. Anche se solo per la durata di una serie tv.

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